(G.B.) - Per il consueto appuntamento con Parola all’Autore insolita location – il Salone Dugentesco – oltre a una nuova e indovinatissima formula: una conversazione in poltrona, davanti ad un tavolino da caffè, come in un salotto o come in uno di quei bei bookshops inglesi dove gli autori incontrano il pubblico “over a nice cup of tea”. Così si sono presentati al pubblico vercellese Piergiorgio Fossale ed Alessandra Cenni per il più recente appuntamento con la rassegna comunale dedicata alla letteratura. Assessore all’Economia della Conoscenza lui, ma anche medico, intellettuale, lettore accanito. Docente, scrittrice e massima esperta di Antonia Pozzi lei, che della poetessa cura le antologie e la memoria. Sul palco, inoltre, accanto ai due studiosi, la giovane attrice Chiara Daino a leggere versi di Antonia Pozzi accompagnata dal chitarrista Giovanni Protti.
Fuori la pioggia formava pozzanghere lucide davanti alla muta abbazia e il primo vento freddo dell’inverno spettinava gli alberi della piazzetta, riparo per i pochi, silenziosi passanti. Notte di malinconia, di quelle che Antonia Pozzi avrebbe amato, lei che della malinconia fece la cifra della sua intera esistenza.
Privilegiata erede di un’importante famiglia lombarda, Antonia nacque a Milano nel 1912 e trascorse la sua vita tra il capoluogo lombardo e Pasturo, piccolo paese di montagna ai piedi della Grigna. Cresciuta nei salotti alto-borghesi del tempo, avvezza al lusso delle ville e dei palazzi, amante delle lingue straniere, dei viaggi all’estero e della fotografia , Antonia –poetessa geniale e precocissima- in realtà anelava ad una dimensione ordinaria che la famiglia non le permise mai di vivere, specie dopo che la giovane si innamorò di Antonio Cervi, il suo professore di filosofia di quasi vent’anni più vecchio di lei. La dolorosa separazione forzata dall’amato fu per Antonia una lacerazione insanabile che si innestò su una personalità già venata di dolorosa tristezza. Incapace di accettare la sconfitta e il dolore, nel 1938 Antonia si tolse la vita. Aveva solo 26 anni e aveva amato e scritto disperatamente per tutta la sua breve esistenza. Il 2 dicembre si diresse in bicicletta all’abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano. Lì ingerì dei barbiturici, si sdraiò su un prato e si lasciò morire, mentre la neve si posava spietata sul suo corpo ormai inerte. Spirò il giorno dopo e forse finalmente incontrò quell’”angelo” che spesso sentiva accanto a sé e di cui più volte scrisse nei suoi versi e nei suoi diari.
Un destino tragico accomuna la Pozzi ad altre figure importanti della cultura moderna da Ingeborg Bachmann a Marina Cvetova (o Cvetaeva), Sylvia Plath e Virginia Woolf. Di lei Eugenio Borgna ha scritto che era affetta da “una malinconia dolorosa e bruciante, tale da trascinare ad una morte volontaria ma senza essere una malinconia clinica”. Una condizione, insomma radicalmente diversa da quella di altre autrici quali la Woolf o la Plath, la cui malinconia era per Borgna “strisciante,” “corrosiva” e “psicotica”.
Splendida idea ricordare Antonia nell’anniversario della sua scomparsa, con Alessandra Cenni che da vent’anni ne coltiva il genio al punto di essere quasi la portavoce della poetessa triste. Splendida anche la scelta di Chiara Daino, intensa “voce” dell’autrice delle “parole prigioniere che battono furiosamente alla porta dell’anima”.
Una serata speciale, di altissimo livello culturale e di straordinario, irripetibile impatto emotivo, complici anche la serata di pioggia e la penombra della sala, che inducevano a pensare
“ad un cielo notturno
Per cui due bianche stelle conducano
Una stellina cieca
Verso il grembo del mare”.